RIFLESSIONI SULLA NATO 2030 E SUL “RAPPORTO DEGLI ESPERTI”

di Cesare Ciocca – Segretario Generale EURODEFENSE

L’Alleanza Atlantica è fin dalla sua creazione al centro delle riflessioni e delle discussioni sia a livello politico che strategico-militare per la sua rilevanza sulle relazioni internazionali e sui riflessi per le realtà nazionali dei singoli stati membri.

In questo periodo in particolare molto si sta dibattendo sul suo futuro e sul futuro del continente europeo, con espressioni che vanno da una criticità palese, come nelle ben note dichiarazioni dei presidenti Macron e Trump, ad atteggiamenti più dubitativi sulla reale necessità di mantenerla vista l’assenza del “nemico” tradizionale dell’epoca della Guerra Fredda, fino ad espressioni più razionalmente positive e costruttive che sono quelle su cui mi voglio innestare.

Per mia mentalità e cultura scientifica, in questo ampio dibattito intendo mantenere un approccio obiettivo, affrontando anche aspetti più delicati e sensibili e identificando eventuali criticità, allo scopo di fornire elementi concettuali per concorrere alla soluzione dei problemi e dare ipotesi di miglioramento e, nei limiti del possibile, di investimento per il futuro della sicurezza collettiva transatlantica.

Un primo tema che mi sembra prioritario è il ruolo politico dell’Alleanza. Per inquadrarlo basta riferirsi a quanto ben chiaramente espresso nel testo del Trattato[1] dalla premessa (scopi dell’Alleanza) agli art. 1 (adesione ai principi della Carta dell’Onu) e 2 (contributo a relazioni internazionali amichevoli, a stabilità, benessere e cooperazione economica), mentre il ruolo propriamente difensivo viene meglio dettagliato negli art. 3 (capacità di resistere ad attacchi armati) e 4 (consultazione in caso di minaccia), con particolare attenzione alla salvaguardia della “libertà dei loro popoli, il loro comune retaggio e la loro civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto” e alla necessità di consultazione tra alleati per affrontare ogni problematica, sfida o rischio per la sicurezza. È importante attribuire questa priorità per meglio definire le iniziative discendenti, che devono vedere la dimensione politica prioritaria su quella strategico-militare a cui siamo più familiari e che all’esterno viene percepita come più “invasiva” su tante realtà locali e aree di crisi. Del resto l’impegno di difesa collettiva tra Alleati trova posto nell’art.5, secondo cui ogni alleato “assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata”. Si pone quindi la dimensione militare come una delle azioni possibili (e non l’unica) per la funzione difesa collettiva.

Ritengo quindi che oltre alle consultazioni e dichiarazioni internazionali, per rendere operativo e concreto il suo ruolo politico, l’Alleanza debba sviluppare una azione sistemica e strategica di law-fare con l’obiettivo di creare strumenti normativi per prevenire, disinnescare o almeno ridurre potenziali contenziosi e connessi rischi di conflittualità. Tale azione si dovrebbe sviluppare in varie dimensioni, dal sostegno ai trattati sul disarmo e la non proliferazione delle armi di distruzione di massa, alle iniziative per regolamentare il libero uso delle risorse marine, dell’accesso alle fonti energetiche, idriche e alimentari, al più ampio ambito di tutela internazionale dei global commons, incluso lo spazio marittimo ed extraatmosferico, lo spazio cibernetico e socio-culturale e alle misure di prevenzione delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Si tratterebbe in sostanza di promuovere, sostenere o contribuire alla definizione di convenzioni internazionali, prioritariamente nel contesto delle Nazioni Unite, ma anche in ambiti regionali di maggiore interesse diretto, come Mediterraneo, Medio Oriente, Africa, Asia centrale e Artico. Certo che il condizionale è fin troppo ricorrente, ma una concreta e mirata law-fare può far ottenere successi e rafforzare la credibilità della NATO almeno quanto o forse più del suo tradizionalmente percepito ruolo dissuasivo militare.

Tra le questioni aperte più scottanti (il lettore mi scuserà per l’approccio che rischia di essere provocatorio), non si possono né si devono ignorare i rapporti critici tra Grecia e Turchia e tra questa e altri alleati nella gestione delle crisi in Libia e Medio Oriente. L’impatto rischioso dell’assertività turca in Mediterraneo ha riflessi inevitabili su varie questioni tra cui l’energy security, i rapporti con la Federazione Russa, gli equilibri tra attori mediorientali, come Arabia Saudita, Paesi del Golfo, Iran e Israele. È inevitabile che ogni paese, ancorché alleato, persegua propri interessi politico-strategici ed economici in relazione alla specifica situazione interna; credo quindi che la soluzione vada trovata proprio all’interno del dettato statutario della NATO, dove le parti “si sforzeranno di eliminare ogni contrasto nelle loro politiche economiche internazionali e incoraggeranno la cooperazione economica tra ciascuna di loro o tra tutte”.

In termini pratici, questo comporta la definizione di accordi per lo sfruttamento delle risorse marine e per l’esercizio del commercio internazionale nell’area, creando condizioni di convenienza reciproca alla cooperazione invece dell’attuale tendenza alla competizione. Sono infatti recenti gli episodi come quello della piattaforma SAIPEM e dei pescherecci italiani minacciati da quelli turchi a nord di Cipro, le cui conseguenze sono state contenute principalmente per lo spirito di tolleranza da parte italiana. Il rispetto delle norme internazionali deve essere invece la condizione necessaria per costruire una cooperazione fattiva e concreta tra alleati, unitamente ad una definizione equa e obiettiva delle regole e delle zone geografiche dedicate alle varie attività economiche.

In questa linea d’azione, la cooperazione tra NATO e Unione Europea deve essere sviluppata e resa concreta promuovendo iniziative a livello globale nel quadro delle Nazioni Unite e a livello regionale avvalendosi della potestà normativa della Commissione europea, rafforzando in tal caso lo status della Turchia come partner europeo privilegiato. La forza delle due istituzioni sta nell’avere 21 stati membri effettivi di entrambe, oltre ad altri cinque della Partnership for Peace[2] (PfP) che sono anche nell’UE: sono 26 Paesi che possono svolgere un ruolo propulsivo molto rilevante sia a livello regionale che globale.

Non si deve inoltre dimenticare l’esistenza di altri fori di consultazione e cooperazione che possono concorrere significativamente allo sviluppo del dialogo e della cooperazione. Tra questi spiccano per rilevanza l’Unione per il Mediterraneo (UfM)[3] e, sul fronte NATO, il Dialogo Mediterraneo (MD) e l’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul (ICI)[4], che possono essere ulteriori attori per pervenire ad un assetto più equo e più stabile degli interessi politico-strategici nell’area mediterranea e mediorientale. La NATO quindi per la distribuzione geografica dei suoi membri e dei partner, con tutte le cautele del caso, si può proporre a pieno titolo come fattore di stabilizzazione e promozione dello sviluppo, svolgendo quel ruolo politico che fino ad ora è stato di fatto non valorizzato a sufficienza.

Il ruolo politico si può inoltre esercitare anche in altre aree di competenza, come la regione artica. Tra i paesi che si affacciano direttamente su quel bacino e membri del Consiglio Artico, la NATO è presente con cinque paesi membri e due partner[5] sugli otto totali, inclusa la Federazione Russa. L’importanza strategica della regione è come noto in crescita per la progressiva apertura delle rotte marittime, che consentono significativi risparmi nei trasporti commerciali tra Atlantico e Pacifico. Ad essa va associato anche il crescente interesse scientifico e per lo sfruttamento delle risorse energetiche, minerarie e alimentari. Promuovere iniziative di law fare e di cooperazione internazionale sono pertanto importanti sia per prevenire crisi e contenziosi, sia per creare le condizioni per sviluppo e stabilità, anche a vantaggio delle popolazioni autoctone e della tutela dell’ambiente.

Non si possono dimenticare infine il settore spazio e i fondali oceanici. In entrambi è ormai indispensabile definire una regolamentazione internazionale organica e completa per garantire il loro libero utilizzo. Esse sono dimensioni che hanno e avranno ancor più nel futuro prossimo una autonomia propria e una rilevanza determinante per l’economia e la sicurezza mondiali, con particolare riferimento all’energy security, ai sistemi di navigazione, sorveglianza e geolocalizzazione e alle comunicazioni intercontinentali. La prevenzione di contenziosi e di crisi o peggio confronti armati è pertanto essenziale e può essere rafforzata anche con la creazione di dispositivi di sorveglianza e intervento in caso di violazioni sia con strumento marittimi che aerospaziali.

Come anche indicato in un articolo sulla rivista dell’Air University degli Stati Uniti[6], nell’ambiente spaziale “Policies and strategies should also consider how to deter, prevent, or reduce conflicts and establish a stable and secure situation”. Questo principio dovrebbe essere preso a riferimento per lo sviluppo delle capacità e organizzazione anche per la sicurezza e difesa collettiva, superando l’attuale approccio limitato alle sole attività di sostegno alle operazione di superficie, ma considerando il dominio spaziale come dimensione progressivamente sempre più autonoma, nella quale si possono riproporre le tensioni o conflittualità potenziali o effettive già esistenti sulla Terra.

Sotto il profilo giuridico internazionale, dovrebbero essere affrontate, definite o completate convenzioni in materia di riconoscimento dello status legale di infrastrutture e assetti spaziali, satelliti e stazioni spaziali con o senza equipaggio, le implicazioni e le sinergie più efficaci tra space warfare e cyber warfare, in termini di concetti, dottrine e sistemi di contrasto o difesa. Va inoltre definito se e fino a che punto un attacco ad assetti spaziali di un Paese NATO (o di un consorzio di paesi) debba implicare l’applicazione del concetto di difesa collettiva. Infatti, se il Trattato stabilisce i limiti geografici della sua applicazione è anche vero che nel dominio spaziale, analogamente a quello cyber, si può/deve prescindere da dove minacce e attacchi hanno origine, ma si devono considerare in relazione agli obiettivi sui quali si indirizzano o quale impatto hanno sulla sicurezza-difesa dell’area euro-atlantica. Una accurata definizione di legittimità di intervento della NATO può costituire di per sé un valido deterrente contro potenziali avversari.

Un secondo tema viene prepotentemente all’attenzione, perché conseguenza dell’attuale pandemia da COVID 19: il sistema di allarme e protezione da minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari (CBRN). In un mio recente articolo, ho avuto modo di analizzare i due casi delle portaerei F. Roosevelt degli Stati Uniti e Charles de Gaulle francese[7].

Le portaerei sono uno strumento privilegiato e quasi essenziale per la prevenzione e gestione di crisi o conflitti, quindi una loro limitazione operativa può avere riflessi determinanti nelle capacità di stati o coalizioni nell’esercizio delle loro politiche di sicurezza internazionale. In entrambe le possibilità che un evento CBRN sia di origine accidentale o deliberata, l’inoperatività temporanea di strumenti di questo tipo comporta gravi conseguenze e deve essere quindi prevenuta. Mentre i fatti hanno dimostrato che nessun sistema di allarme si è attivato e conseguentemente non sono state attivate adeguate ed efficaci misure preventive. Questa è una gravissima falla nei sistemi difensivi nazionali, e di conseguenza alleati, che deve assolutamente trovare una soluzione immediata, creando ad esempio una struttura di sorveglianza e allarme civile-militare in grado di identificare tempestivamente eventuali minacce CBRN in essere e attivare la catena di comando per far adottare le misure di contenimento, soccorso e neutralizzazione, così come si farebbe in caso di attacco militare tradizionale.

Un’altra e più importante conclusione è che l’attuale pandemia dimostra la necessità di proteggere intere popolazioni da eventi CBRN, non solo le forze operative. Questo potrebbe portare ad uno stravolgimento completo del modello di difesa collettiva, che dovrebbe essere impostato partendo da ipotesi molto diverse da quelle tradizionalmente prese in esame. In estrema sintesi, la difesa può/deve comprendere una struttura sanitaria nazionale interamente dedicata a tale funzione. Non una “sanità militare” tradizionale, concepita per sostenere le forze operative in combattimento e quindi dimensionalmente e organizzativamente limitata, ma una organizzazione collettiva di salute pubblica con compiti operativi in caso di crisi per eventi naturali o intenzionali (crimine organizzato, terrorismo interno e internazionale, conflitti limitati o globali) di ampia estensione.

A livello NATO, queste organizzazioni di salute pubblica dei singoli stati si devono integrare, come gli strumenti militari nazionali, a livello alleanza. Inoltre, per la caratteristica di aggressività contemporanea a tutti gli alleati, dal principio di difesa “tutti per uno” si deve passare a quello più impegnativo di “tutti per tutti”. Più precisamente il testo dell’art. 5 fa riferimento ad “un attacco armato contro una o più di esse…” [parti, n.d.a.], mentre ora diventa più concreta la possibilità di “un attacco armato contemporaneamente contro tutte le parti”.

Lo strumento operativo, quindi, non può più essere limitato ad una struttura operativa “leggera ma efficace”, come (purtroppo) si usa dire, ma deve far riferimento ad un esteso sistema socio-sanitario nazionale e alleato, anche mediante l’istituto di “riserve operative”, ovvero con appropriati provvedimenti di “mobilitazione” nazionale quando si verifichino situazioni di evento o attacco imminente. Tale sistema deve essere sempre pronto ad attivarsi con breve preavviso e in tutte le sue componenti, in modo che possa operare a difesa di tutte le collettività nazionali contemporaneamente.

Un terzo tema è quello dell’information warfareo della “infodemia”, la cui rilevanza è stata esaltata dalla pandemia virale.

In un mio recente lavoro per il Centro Alti Studi per la Difesa (CASD)[8], avevo tra le altre cose evidenziato come essa possa essere associata a situazioni di emergenza sanitaria su scala molto ampia o globale, citando un rapporto della World Health Organisation, in cui si dice che “Infodemics can hamper an effective public health response and create confusion and distrust among people” [9]. Una tale associazione implica che gli effetti, già di per sé tragici di una pandemia, possano essere ulteriormente amplificati da una infodemia che, nel caso sia dovuta ad una azione deliberata (o information warfare offensiva), diventa una minaccia gravissima per la sicurezza collettiva. Questo si traduce in particolare in un attacco diretto al sistema decisionale politico-strategico nazionale e collettivo, che amplificherebbe gli effetti già molto gravi sulla salute pubblica e quindi sulla tenuta di un intero Paese, coalizione o continente.

Gli strumenti che la NATO dovrebbe sviluppare o sostenere nelle sedi appropriate, in stretta sinergia con i Paesi Membri e con l’Unione Europea[10], sono quindi essenzialmente di soft power, che nel citato lavoro per il CASD avevo indicato sia come “azioni preventive che contromisure pro-attive e di contenimento degli effetti”. Tra di esse quelle che ritengo più importanti sono: rafforzare il ruolo delle istituzioni democratiche e in particolare dei parlamenti nazionali, rendere resiliente il sistema decisionale nazionale e collettivo, rafforzare le componenti informative che devono essere interoperabili, sia in ambito nazionale che sovranazionale, creare o rafforzare la cultura del trattamento dell’informazione da parte di tutti gli operatori e responsabili ai vari livelli organizzativi, sviluppare una forte e lungimirante azione formativa ed educativa dei cittadini (cultura generale, spirito critico, consapevolezza delle dinamiche politiche internazionali, del potere dell’informazione e delle conseguenze della sua manipolazione, la capacità di valutare l’attendibilità delle fonti).

Last but not least è il tema del potenziale umano, per il quale strumenti privilegiati sono la formazione e l’addestramento, nonché la selezione e i criteri di impiego. Interviene in questo caso la mia personale esperienza nel settore e nella cooperazione tra NATO Defence College, Istituti di alta formazione nazionali NATO, PfP e MD, senza dimenticare la policy e l’organizzazione corrispondente in ambito Unione Europea. Per quest’ultima, mi riferisco in particolare all’European Security and Defence College (ESDC), all’iniziativa europea del c.d. Erasmus militare e al collegato Military Officers Sectoral Qualification Framework (MILOF SQF).

Una politica di formazione efficace si sviluppa su due direttrici: verso l’interno dell’organizzazione, ovvero verso il personale dei Paesi Membri e in particolare di coloro che sono di previsto impiego in organismi NATO, e verso l’esterno, nell’ambito delle attività di cooperazione con paesi terzi per la loro capacity building o security sector reform (SSR) o più semplicemente per una diffusione della cultura di sicurezza-difesa in paesi o regioni di interesse. Tutte questo viene già fatto, ma può essere reso più efficace e sincronizzato con i rapidi cambiamenti in atto mediante sinergie con le corrispondenti attività in ambito Unione Europea e con i principali Paesi Membri. Un utile esempio è dato dal sistema di aggiornamento degli obiettivi e dei contenuti delle attività formative adottato dall’ESDC per aggiornare annualmente i propri programmi: i responsabili delle diverse componenti e settori del Servizio Europeo di Azione Esterna presentano al Consiglio Accademico del College le principali innovazioni, priorità, linee d’azione per la Common Security and Defence Policy, sulle quali vengono impostati obiettivi dei corsi e programmi. Le procedure sono quindi snelle e tempestive, incluse le possibilità di feed-back su base continua dei risultati delle attività formative. Altro strumento importante è rappresentato dell’Erasmus militare, che favorisce in modo sostanziale la reciproca comprensione, la condivisione dei valori comuni e lo sviluppo della preparazione tecnico-professionale tra personale dei diversi Paesi Membri. Ai programmi Erasmus nonché alle riunioni tra Accademie militari delle singole Forze Armate già partecipano Paesi non UE come Stati Uniti, Canada e Norvegia, ma tale partecipazione può essere resa sistematica e permanente, a tutto vantaggio di un rafforzamento più che significativo dell’interoperabilità e delle sinergie tra Alleati. La recentissima definizione del MILOF SQF consente di disporre di un riferimento unico e chiaro di comparazione della formazione svolta nei paesi euro-atlantici, a partire dalla formazione di base nelle Accademie fino al massimo livello presso i Centri Alti Studi per la Difesa nazionali. Questo strumento, nato nell’ambito dell’iniziativa europea per gli scambi dei giovani ufficiali sul modello Erasmus civile, può essere utile anche per i paesi NATO, essendo le competenze sostanzialmente comuni a tutti. Da notare infine che alla quasi totalità di corsi possono partecipare studenti o funzionari civili, incrementando ulteriormente l’interscambio civile-militare sempre più necessario nei nuovi scenari d’impiego.

In aggiunta agli attori istituzionali, un ruolo importante ed efficace può essere svolto dalle reti di associazioni nazionali che fanno parte dell’Atlantic Treaty Association (ATA) e delle diverse Young Atlantic Treaty Associations (YATA). Il valore aggiunto delle iniziative realizzate da tali network risiede soprattutto nelle attività di outreach o cooperazione con le altre istituzioni nazionali (università, scuole superiori, centri studio, organismi di governo e parlamentari) e verso l’opinione pubblica, promuovendo la diffusione della cultura di sicurezza e dei valori dell’Alleanza in tutte le realtà nazionali, euro-atlantiche e verso tutti i paesi partner extra europei. Tali network devono pertanto essere valorizzati e sostenuti sistematicamente e costantemente dalla NATO e dai Governi nazionali, che li devono anche coinvolgere come appropriato nell’aggiornamento dei principali temi e priorità, rendendoli strumenti privilegiati per la propria strategia di informazione e formazione verso la società in generale.

In conclusione, in questa rapida analisi ho voluto indicare alcuni temi di particolare rilevanza e priorità che sono a mio giudizio e per la mia esperienza più critici per il futuro dell’Alleanza e che mi pare non abbiano ricevuto fino ad ora la dovuta attenzione e approfondimento in tutte le loro implicazioni; queste considerazioni non sostituiscono il lavoro già fatto in varie sedi istituzionali e non, ma vogliono completarlo e integrarlo. Quanto delineato non è esaustivo di tutte le problematiche, ma evidenzia quelle più recenti e che comportano maggiori cambiamenti nel modello di sicurezza-difesa nazionale e collettivo. Tale modello deve cioè essere adattato alla nuova realtà, senza per questo ignorare o sottovalutare le minacce di natura più tradizionale, per le quali rimane valido il ruolo di deterrenza e di difesa collettiva contro paesi che adottano politiche aggressive nei confronti degli Alleati.

Alcuni punti mi sembrano importanti per poter proseguire nella definizione di una visione futura del ruolo e delle linee strategiche dell’Alleanza.

In primo luogo, la coesione tra alleati deve essere concretamente rafforzata e sviluppata per poter avere il consenso e il sostegno attivo di ognuno nel realizzare le linee d’azione strategiche dell’Alleanza nel suo insieme. Mi riferisco in particolare alle differenti percezioni della sicurezza e delle relative priorità, che devono trovare un inquadramento organico e razionale, senza per questo sminuire parte di esse a favore di altre. Aspetto questo comune con l’Unione Europea, le cui difficoltà di trovare una linea condivisa in materia di sicurezza-difesa risiedono nella stessa problematica. Ancora una volta la sinergia tra le due Istituzioni può giocare un ruolo determinante.

La NATO in secondo luogo si deve porre sempre più come elemento di stabilità e prevenzione di crisi e conflitti su scala mondiale, anche perché le sue iniziative sono legittimate in generale dai principi della Carta dell’ONU e, caso per caso, dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Tale indirizzo va nella direzione già tracciata e consolidata nell’ultimo trentennio, realizzando il concetto di prevenzione di conflitti più gravi, contrastando minacce asimmetriche e transnazionali, consentendo ai failing states di riprendere le loro capacità di governo. Per realizzare compiutamente ed efficacemente questo ruolo, la NATO dovrà assumere una posizione equilibrata, di evidente equidistanza tra le parti in conflitto, garantista in termini di applicazione del diritto internazionale, in modo da rafforzare il confidence building sia a livello regionale che globale.

In terzo luogo, sono necessari compiti e attività innovative, senza stravolgere il ruolo fondamentale della NATO. Si devono cioè sviluppare componenti e politiche/strategie che nel periodo della guerra fredda sono rimaste “dormienti” o embrionali semplicemente perché all’epoca la priorità era un’altra. Ma il ruolo dell’Alleanza rimane quello fissato nel Trattato, insieme ai principi che ha adottato, che vedeva fin dall’origine la sicurezza-difesa come una funzione a tutto campo, non limitata al solo aspetto militare. Ora molte di queste politiche, strategie e funzioni vanno rivitalizzate, riattivate e rese pienamente operative, come all’epoca è stato fatto con la dimensione militare: si tratta cioè di creare una struttura operativa civile integrata che possa operare con efficacia e continuità come la sua “sorella maggiore”, per completarne le capacità o perché in molte situazioni e contro molte sfide è semplicemente più adatta. L’esempio della Common Security and Defence Policy dell’Unione europea può essere molto utile e una base per cooperazioni sempre più strette ed efficaci.

Tra i provvedimenti che la NATO può adottare ritengo sia necessario un rafforzamento del Comitato Politico (CP), corrispondente civile del Comitato Militare (CM), che dovrebbe assumere il ruolo guida strategico-operativo di tutte le azioni, capacità e strumenti per le iniziative in campo civile. Come il CM, il CP dovrebbe esercitare a pieno titolo le funzioni di vertice di un’organizzazione integrata civile che pianifichi e gestisca l’impiego delle risorse nazionali assegnate dagli Stati Membri in forma permanente o per singola iniziativa, in modo da dare risposta concreta alle esigenze individuate in precedenza. Tra le competenze, dovrebbe essere inclusa l’attività di indirizzo e gestione del law fare e delle partnership (PfP, MD, ICI, ecc.), secondo le linee d’azione individuate in precedenza, nonché il coordinamento degli altri comitati che trattano gli affari civili.

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[1] Per comodità di consultazione è disponibile il testo su http://www.comitatoatlantico.it/COMIT/documenti/trattato-nord-atlantico/

[2] Austria, Finlandia, Irlanda, Malta, Svezia.

[3] https://ufmsecretariat.org/. I paesi membri sono i 27 Paesi UE e 15 euro-mediterranei (Albania, Algeria, Bosnia Erzegovina, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Mauritania, Monaco, Montenegro, Palestina, Tunisia, Turchia, inclusa Libia osservatore, mentre la Siria è sospesa dal 2011)

[4] Oltre ai 30 Membri NATO, partecipano complessivamente 11 paesi euro-mediterranei e mediorientali (Algeria, Bahrain, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Israele, Giordania, Marocco, Mauritania, Qatar, Tunisia).

[5] Canada, Danimarca, Finlandia (PfP), Islanda, Norvegia, Stati Uniti, Svezia (PfP). Ad essi si possono aggiungere tra i paesi osservatori sette della NATO (Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Regno Unito, Spagna) e tre partner (Corea del Sud, Giappone, Svizzera), sui 13 totali.

[6] https://www.airuniversity.af.edu/Wild-Blue-Yonder/Article-Display/Article/2159729/space-power-institute-think-tank/ By Paul S. Szymanski, President, Space Strategies Center, USA & RADM Cesare Ciocca, Italian Navy, ret. Published April 27, 2020.

[7] “La NATO di fronte all’emergenza mondiale del Coronavirus”, di Cesare Ciocca, su “Mondo-virus. Storia e geopolitica del COVID-19”. Edizione 16 maggio 2020 a cura di Michel Korinman.

[8] “Pandemia e infodemia: analisi e linee d’azione per il futuro”, contributo alla Call4Papers 2020 del CASD, Roma 20 ott. ’20 (inedito).

[9] Coronavirus disease 2019 (COVID-19) Situation Report – 45, della World Health Organisation, 5 marzo 2020, pag.2 https://www.who.int/docs/default-source/coronaviruse/situation-reports/20200305-sitrep-45-covid-19.pdf?sfvrsn=ed2ba78b_4

[10] Rif. “Comunicazione congiunta sul contrasto alla disinformazione sulla Covid-19”, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52020JC0008&from=IT