CHE FARE?

di Michel Korinman

18/29 marzo 2021

Visti dall’Europa occidentale, i tempi attuali sono quelli di un ritorno del tragico nella storia. E se il COVID-19 ci angoscia, a parte per il macabro conteggio dei morti, è perché raffigura il segno di un cambiamento d’epoca. Credevamo di aver allontanato la barbarie nella misura in cui gli (ultra)liberali come gli (archeo)marxisti ci insegnavano che una soluzione economicista delle crisi era sempre disponibile nell’Occidente ideale del mondo. Nondimeno la storia dell’Europa, per esempio, è certamente quella dell’epoca delle cattedrali, ma è anche quella della guerra dei Trent’anni. Non è sorprendente che Anselmo non abbia potuto spiegare, nel 1085, la caduta del Diavolo (colui che separa, διάβολος, dia-bolos), ma si sia accontentato di elaborarne lo scenario.

All’inizio del 2021, quasi un millennio dopo, il campo delle possibilità è ampiamente aperto.

LA FRANCIA SE NE VA

I padri fondatori dell’Europa avevano previsto, anche se in modo molto complicato, le eventuali uscite (che a malapena riuscivano a immaginare), ma in nessun caso avevano immaginato la disaggregazione di un membro dell’Unione. Notiamo, per inciso, un paradosso che segna quest’ultimo punto, per fortuna o sfortuna, a seconda del punto di vista adottato: l’interesse mediatico “mainstream” per gli sviluppi che occorrono ai nostri vicini o partner rimane, a parte per gli incidenti straordinari o nel caso di conseguenze condivise, (molto) flebile.

Eppure, la Francia potrebbe a breve termine diventare un problema per tutta l’Europa. Ogni giorno si succedono scontri fisici e simbolici, a volte mortali, con le varie autorità e istituzioni (polizia, scuole, sanità). Una recente inchiesta conferma un’anomia, un’assenza di norme o di valori comuni, nella misura di 45% del campione, cioè di una piccola metà dei francesi che è quindi “annichilita”. Ciò si spiega con il raffronto con altri paesi. La Germania è una federazione di comunità storicamente ancorate (Länder) rifondata sul neo-cartesianesimo del “Io esporto dunque io sono” ed orgogliosa dell’integrazione più o meno riuscita della DDR. Per i protagonisti della Brexit, l’Impero non ha mai cessato di esistere[1], seppur attraverso l’Anglosfera (USA, UK, Canada, Australia, Nuova Zelanda) dei “Five Eyes” e la “Great British Dream Factory” mondializzata. Con il loro patriottismo a due scale – nazionale-regionale – la presenza politicamente inimmaginabile all’estero della Chiesa di Roma e l’orgoglio del loro patrimonio paesaggistico e artistico, gli italiani resistono.

La Francia, al contrario, sembra essere un anello tanto più debole in quanto le sue élite hanno continuato dagli anni ’70 a feticizzare una concezione nazionale ereditata dalla Rivoluzione del 1789, quella dell’adesione del cittadino allo Stato, che ora è percepita sempre più come astratta e ampiamente rimessa in discussione da tre sconvolgimenti. L’irruzione dell’individualismo sessantottino; la seconda globalizzazione distruttrice dell’identità dei popoli, condotta dagli americani; l’immigrazione massiccia[2] con la formazione di enclave territoriali “perdute”: espressione sempre più marcata del separatismo islamista di una terza generazione vittimista, “indice di belligeranza” (Kriegsindex)[3] molto alto nelle coorti di giovani uomini migranti, economicamente diseredati all’interno di paesi con una crescita demografica esponenziale, islamismo di sinistra che trova nei “nuovi oppressi” musulmani un proletariato sostitutivo e una clientela elettorale alternativa.

Un recente sondaggio riguardante le elezioni presidenziali francesi del 2022 stabilisce una quasi parità di intenzioni di voto tra i candidati Emmanuel Macron e Marine Le Pen (presidente del Rassemblement National) 52% contro 48% – tenendo conto di un margine di errore del 2%; in caso di successo non più impossibile della seconda, ci si può attendere reazioni molto violente da parte dell’estrema sinistra, di una parte dei “gilet jaunes” e dei “Black Blocks”, tutti convinti di una necessità assoluta di fare blocco contro il fascismo, e con  l’assenso naturalmente discreto di ciò che resta della sinistra “tradizionale”; e ciò, paradossalmente, mentre una vittoria di Marine Le Pen sarebbe probabilmente dovuta all’astensione o anche in alcuni casi al voto, alla stessa, dall’interno dei settori della sinistra rabbiosamente anti-macronista (un elettore di sinistra su due). Una situazione, questa, qualificata come “pre-guerra civile” da molti attori ed osservatori e le cui conseguenze non dovrebbero lasciare indifferenti i vicini europei. Al punto che Papa Francesco, anello essenziale della Santa Alleanza immigrazionista[4], con il capitalismo nazionale e internazionale da una parte ed i partiti di sinistra “modernizzati” dall’altra, si è auto invitato lunedì 15 marzo nel dibattito politico francese mettendo in guardia la Francia sui rischi del voto (“Non voglio essere sgradevole o dire al vostro paese cosa fare; ma è inquietante”). 

MORIRE PER TAIWAN?

Antony Blinken, il Segretario di Stato americano, definisce la Cina “la più grande sfida geopolitica del XXI secolo” e ammette davanti al Senato che la durezza di Donald Trump nei rapporti con  la Repubblica Popolare era fondata, soprattutto per ciò che riguarda le accuse di genocidio nello Xinjiang, nel nord-ovest del paese. Joe Biden, che aveva definito Xi Jinping un “delinquente” durante la campagna elettorale statunitense, ritiene che non ci sia “un grammo di democrazia in lui” e avverte che la rivalità tra Stati Uniti e Cina prenderà la forma di una “competizione estrema”. Anche se il Presidente annuncia un cambiamento di metodi, un’escalation  non è dunque impossibile.

In primo luogo, perché in termini di sfida il commercio e la strategia politica sono in parte collegate. L’ancoraggio della Cina al sistema commerciale costruito alla fine della Seconda Guerra mondiale con l'”Accordo generale sulle tariffe e il commercio (GATT)” del 1947, attraverso la sua integrazione nell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC, 1995) nel 2001, aveva rilevato un semplice “wishful thinking”: Washington e Bruxelles erano convinti che la Repubblica Popolare si sarebbe convertita completamente sul piano economico e poi logicamente politico; ardente sostenitore dell’adesione, Bill Clinton aveva spiegato fin dal 1999 che erano state ottenute garanzie molto severe contro un improvviso afflusso di importazioni cinesi e che l’ingresso della Cina avrebbe incoraggiato il paese a rispettare le regole internazionali di apertura dei mercati e relativa alla concorrenza leale.

La speranza era, naturalmente, di penetrare un mercato di 1 miliardo e 400 milioni di consumatori a beneficio dell’America e dell’Europa.

In sintesi, l’Occidente si è inventato la Cina che conveniva al suo immaginario: dopo “l’implosione dell’URSS”, la marcia verso la “Chimerica” (Niall Ferguson) andava nella direzione (della fine) della Storia. Tuttavia, il regime cinese ha sviluppato una traiettoria completamente diversa: con il piano Made in China 2025 in particolare, il governo di Pechino interviene sistematicamente sui mercati nazionali per promuovere e facilitare il dominio economico delle imprese cinesi.

Del resto, l’abbandono da parte della Cina, nel giugno 2020, del suo status di economia di mercato concesso dall’OMC quattro anni prima – rifiuto di Washington ed esitazioni dell’Europa – permette di imporle pesanti tasse antidumping. Tutto questo malgrado un certo “riequilibrio delle opportunità commerciali e di affari” attraverso l’accordo di principio Cina-UE concluso a fine dicembre 2020. Per dirla chiaramente: i cinesi hanno ingannato americani ed europei perché, mentre si son impegnati in un processo di liberalizzazione, l’importanza delle loro imprese statali non ha fatto che rinforzarsi.

Questo spiega in larga parte la guerra commerciale condotta dal precedente presidente degli Stati Uniti, secondo il quale la Repubblica popolare era uno “Stato mercantilista totalitario ” (Steve Bannon), con i trumpiani che vogliono ignorare le astrazioni della famosa trappola di Tucidide con la Cina come potenza in ascesa e gli Stati Uniti come potenza in declino che invoca la legittima difesa.

Fenomeno molto interessante, i gruppuscoli archeo-marxisti pro-cinesi, persuasi di fare eco al pensiero di Xi Jinping, convergono con i sostenitori di Make America Great Again: la guerra commerciale è, secondo loro, già il confronto strategico globale tra l’America divisa ed in declino da una parte, il “socialismo alla cinese” anti-imperialista assicurato a prevalere dall’altra; gli Stati dell’Unione Europea non avranno altra scelta che sottomettersi a Washington od integrarsi nella Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino.

Ma anche a livello militare, il rischio di sbandate sta aumentando. L’Esercito Popolare di Liberazione (APL) si prepara da più di vent’anni ad un’invasione di Taiwan (a meno di 200 km dal continente) , anche se Pechino che ha beneficiato enormemente della globalizzazione e non è affatto entusiasta del disaccoppiamento economico con l’Occidente, preferirebbe sicuramente un piano A di riunificazione attraverso la stimolazione economica e la seduzione psicologica (attrazione di una Cina in ascesa di potenza). Per questo i documenti strategici cinesi enumerano anche degli attacchi chirurgici su Taiwan, degli attentati politici e degli attacchi informatici. C’è poi da tenere in debito conto l’occupazione-prova di obiettivi avanzati come l’isolotto di Taiping nell’arcipelago delle Spratlys (l’isola più grande di questa catena di isole contese e il possedimento più remoto di Taiwan, equidistante tra Vietnam e Filippine); o le Pratas (Dongsha) rivendicate da Pechino (170 miglia nautiche a sud-est di Hong Kong); o le Pescadores (Penghu), a 45 km dalla costa sud-occidentale di Taiwan e a 140 km dalla terraferma; o le isole di Quemoi (Kinmen, una testa di ponte taiwanese a meno di 1.700 metri dalla costa cinese del Fujian) e Matsu, anch’esse molto vicine alla Cina continentale (in entrambi i casi al centro di scontri nel 1954 e 1958, compreso un tentativo di sbarco cinese). Tutto questo rafforzerebbe l’accerchiamento dell’ex Formosa evitando un grande conflitto diretto. Inoltre, le forze cinesi potrebbero imporre una “quarantena navale e aerea” – una versione marittima del blocco sovietico di Berlino nel 1949. Un’invasione su larga scala (sbarco o azioni più centralizzate che paralizzano gli organi politici e militari) dell’isola vulcanica di 23 milioni di abitanti, la più massiccia della storia con circa 300.000 truppe, comporterebbe rischi elevati: l’apparato di difesa di Taiwan e la complessità della topografia[5].

Dopo un record di 380 sortite aeree lo scorso anno, il 23 gennaio, poco dopo l’investitura di Joe Biden, otto giganteschi HK6 cinesi interamente elettronici dell’Esercito Popolare di Liberazione (APL), capaci di trasportare armi nucleari, sono entrati nella zona di difesa aerea di Taiwan attraversando la linea mediana dello stretto di Taiwan, seguiti, il giorno dopo, da quindici aerei schierati a sud-ovest dell’ex Formosa, lanciando così un avvertimento muscolare alla nuova Amministrazione americana e agitando la minaccia di una “riunificazione con la forza”.

Allo stesso modo, sempre il 23, i cinesi hanno simulato un attacco missilistico aria-mare sulla portaerei USS Theodore Roosevelt (in manovra nel Mar Cinese Meridionale).

In questo contesto vi sono inevitabilmente dei “rischi di errori di calcolo” (Bill Hayton)[6]. Di più : la Repubblica Popolare mira ormai a una capacità di attacco preventivo in Giappone o Guam, così come a l’eliminazione dei satelliti americani che sono essenziali per la guida dei missili. Ma ad ogni modo ciò che cambia realmente in questo periodo, è che la parte cinese pensa di avere i mezzi per vincere – accelerazione nell’incremento del budget  militare (6,8%) – e che gli americani non combatteranno né per Hong Kong né per Taiwan.

Xi Jinping vuole affermarsi come il terzo grande timoniere dopo Mao Tse-tung e Deng Xiaoping (decollo economico) raggiungendo (anche con la forza) l’unità territoriale del paese ed allo stesso tempo cancellando un secolo di umiliazioni occidentali; è ossessionato da Taiwan la quale sa di essere il prossimo obiettivo del Partito cinese, e gli esperti stanno cercando di datare l’assalto del rinato “dragone” al “porcospino”. Finora, questi ultimi prevedevano un colpo di forza entro il 2025-2030 (terzo mandato del Principe rosso), una volta che l’arretrato tecnologico era stato in parte smaltito, o addirittura entro il 2049 allorquando la “nuova” Cina sarà intronizzata al centro del mondo dopo un secolo di esistenza, ma il centenario del Partito comunista cinese nel 2021 potrebbe, nel bel mezzo di una pandemia, costituire un punto di svolta pericoloso (alcuni analisti vedono il Mar Cinese Meridionale, dove le forze cinesi e americane si contrappongono, come un possibile primo teatro di confronto). Da quando Hong Kong è stata imbavagliata dalla legge sulla sicurezza nazionale che ha annullato definitivamente il principio di “un paese, due sistemi”[7], non c’è più alcun dubbio che i taiwanesi, ai quali da tempo era stato promesso uno status simile (attualmente rifiutato dall’89% della popolazione, soprattutto dalle giovani generazioni) di semi-autonomia per sedurli,  il pericolo si avvicina. Il colmo : Taiwan sogna di posizionarsi come un’alternativa all’ex colonia britannica; esaspera Pechino preparandosi, attraverso l’Ufficio di servizi e scambi Taiwan-Hong Kong, a un possibile afflusso di rifugiati e attraverso il suo desiderio di accogliere le imprese che vogliono lasciare Hong Kong[8]. Il governo cinese si è infuriato, inoltre, quando Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), il principale produttore mondiale di chip elettronici, ha annunciato nel luglio 2020 che stava rispettando le sanzioni americane, che aveva smesso di prendere ordini da Huawei da metà maggio e che non avrebbe più fornito l’azienda (il suo secondo cliente dopo Apple) a partire da metà settembre, mettendo così in pericolo il futuro del gigante cinese delle telecomunicazioni. Tuttavia, l’isola democratica è attenta a non superare la linea rossa della dichiarazione d’indipendenza.

A partire dal Taiwan Relations Act (1979), gli Stati Uniti hanno praticato una politica deliberatamente ambigua nei confronti di Taiwan: non riconoscono la “Repubblica di Cina” come governo sovrano, ma le forniscono armamenti senza impegnarsi a difenderla in caso di invasione: la vendita confermata di 66 caccia F-16 nell’agosto 2019 (la prima da George H. Bush nel 1992) e tre nuovi contratti (in particolare per missili prodotti dalla Boeing) dovrebbero permettere all’isola di resistere per qualche settimana mentre persiste la possibilità di un intervento americano[9]. Personalità come Richard Haass (presidente) e David Sacks del Council on Foreign Relations hanno chiesto la liquidazione di questa “ambiguità strategica”, che secondo loro sarebbe il modo migliore per dissuadere un possibile aggressore. Un esperto come l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd non esclude più un nuovo conflitto militare dalla guerra di Corea (1950-1953).                      

Domanda sussidiaria tuttavia: come reagirebbe un’America governata dai democratici in maggioranza al Congresso a un’azione semplicemente devastante nel caso di un attacco via terra con il missile da crociera CJ-10 (500 kg di carico, 2.500 km di portata, precisione inferiore a 10 m) mostrato recentemente dalla televisione cinese mentre “decapita” un edificio? L’ammiraglio James Stavridis, ex comandante delle forze NATO in Europa (Saceur) dal 2009 al 2013, traccia un parallelo storico tra la Cina del 2021 e il Giappone imperiale che ha lanciato la seconda guerra mondiale nel Pacifico: quest’ultimo, messo alle strette all’epoca dalle sanzioni economiche americane, pensava che una rapida vittoria sugli Stati Uniti avrebbe permesso di bloccare l’egemonia americana in mare. Secondo il marinaio, che è anche l’autore (con Elliot Ackerman) di 2034: A Novel of the Next World War (un conflitto tra Pechino e Washington su Taiwan), un confronto sino-americano avrebbe conseguenze per tutto il mondo.  

NB Le cifre sono illuminanti e ricordano la corsa agli armamenti navali pre-1914 tra la Germania imperiale e il Regno Unito. 360 navi nella flotta cinese all’inizio del 2021 (e 400 previste), vale a dire più di 60 in più della marina americana; 330.000 marinai in servizio attivo da parte americana, ma già 250.000 cinesi. Naturalmente, gli Stati Uniti superano la Cina in termini di tonnellaggio, cacciatorpediniere e incrociatori missilistici, con 50 sommergibili a propulsione nucleare contro i sette della Cina. Senza dubbio Pechino impiegherà del tempo per raggiungere Washington in termini di capacità operativa, anche se i cinesi stanno facendo rapidi progressi. Da qui il massiccio piano di riarmo, ammesso che sia molto tardivo, delineato (le ultime settimane del mandato) sotto Trump: da 382 a 446 navi da combattimento con equipaggio e da 143 a 242 grandi navi senza equipaggio entro il 2045. Tuttavia, sotto l’amministrazione Biden, i problemi di bilancio e delle undici portaerei nucleari, le navi di superficie più potenti del mondo, ma anche le più costose e molto vulnerabili poiché la Cina ha sviluppato nuove armi antinave come i missili balistici in grado di distruggere i loro obiettivi a una distanza di più di 1.000 km[10].     

Il confronto Washington-Pechino, è paradossalmente una “finestra di opportunità” (Renaud Girard) che si apre nelle relazioni tra l’Unione europea e la Russia. Ci sono poche possibilità che l’alleanza con la Cina, che riguarda soprattutto l’energia, a lungo termine soddisfi pienamente il Cremlino, per il quale la Russia non ha mai smesso di essere un impero, a parte la disastrosa parentesi sotto Eltsin (1991-1999) dopo l’implosione dell’Unione Sovietica[11], e che non può essere soddisfatto del ruolo di junior partner che Pechino vuole assegnarle, senza contare che il divario demografico tra le due potenze è fonte di preoccupazione. Come pensano i tedeschi, il Cremlino sarà incline al dialogo perché non vuole aumentare la sua dipendenza dalla Cina. Certo gli europei sanno bene che Joe Biden rafforzerà ulteriormente la politica antirussa degli Stati Uniti in nome del diritto internazionale[12]: Antony Blinken è stato in prima linea nell’imporre sanzioni nel 2014 dopo l’annessione della Crimea ed è determinato a far pagare a Mosca “le sue interferenze e aggressioni”, con i democratici che ritengono che Trump non sia stato abbastanza duro con i russi. Precisamente, l’UE potrebbe (come l’Austria di Bruno Kreisky ha fatto una volta tra l’Ovest e l’Est) lavorare per avvicinare Mosca a Washington e disaccoppiare i russi da Pechino. In primo luogo, facendo rivivere, alla maniera di de Gaulle, il concetto di un grande mercato continentale Russia-Europa “da Lisbona a Vladivostok” propugnato da Vladimir Putin (allora presidente del governo) al convegno  economico organizzato dalla Süddeutsche Zeitung a Berlino il 25 novembre 2010; poi sostenendo chiaramente una soluzione organizzata della disputa russo-ucraina attraverso una legge di amnistia nel Donbass e un’ampia autonomia per la regione all’interno dell’Ucraina; infine rinunciando a uno scontro attraverso sanzioni (che sono particolarmente convenienti per l’America) e contro-sanzioni (dolorose per l’Europa), per non parlare del fatto che queste sanzioni possono anche costituire un problema politico come nel caso di Alexei Navalny[13].

Questo orientamento avrebbe un triplice effetto. L’avanguardia industriale tedesca, presente in modo massiccio nella Federazione Russa (per esempio la Siemens a cui Vladimir Putin ha fatto esplicito riferimento nel 2010) e riunita nella potente Camera del Commercio Estero tedesco-russa (Aussenhandelskammer) a Mosca, applaudirà. 2) L’Europa raggiungerebbe il primissimo Donald Trump che aveva desiderato (proprio come Obama appena arrivato al potere) un reset con Mosca[14], l’estrema russofobia ereditata dall’antisovietismo del suo stato profondo avendo impedito qualsiasi evoluzione in questa direzione così che mai le relazioni americano-russe sono state così negative come durante il suo mandato. Inoltre, mentre Joe Biden ha fatto molto dopo il suo insediamento per compiacere l’Unione Europea, quest’ultima non si è dichiarata pronta a unirsi al fronte democratico contro i regimi autoritari che il presidente americano chiede. 3) Gli europei contribuiranno a fondare l’Occidente come un tripode nel senso stesso delle rappresentazioni russe: America, Europa, Russia. In questo contesto, il gasdotto Nord Stream 2, che è destinato a raddoppiare la capacità di trasporto del gas sotto il Mar Baltico, è quasi completato ed è sostenuto in Germania dal presidente Frank-Walter Steinmeier, dal ministro degli esteri Heiko Maas, da interi settori della CDU e l’intera SPD (tra cui l’ex cancelliere Gerhard Schröder, presidente del consorzio Nord Stream AG e del consiglio di amministrazione della compagnia petrolifera russa Rosneft – sotto sanzione occidentale – come capo lobbista), dal Land del Mecklenburg-Vorpommern e, più in generale, tutti i capi di governo dell’Est (! ), dall’ultradestra Alternative für Deutschland; al contrario, non lo vogliono i polacchi, i baltici e gli ucraini, che lo percepiscono come una manovra di aggiramento; un riavvicinamento euro-russo potrebbe permettere di concludere questa guerra geo-economica che va avanti dal 2018 con un metodo “creativo” (Steven Pifer): aumentare il volume di gas che Gazprom pompa attraverso l’Ucraina e prolungare il periodo contrattuale tra Russia e Ucraina.

Tutto questo senza essere ingenui e rafforzando la cyber deterrenza: i cyber hacker che hanno rubato i documenti dell’Agenzia europea dei medicinali (EMA, Amsterdam) all’inizio di dicembre 2020 li hanno poi manipolati e postati su un forum internet russo, tra l’altro, in modo da rompere la fiducia del pubblico in Pfizer (americana)/BioNTech (tedesca) e Moderna (americana); la campagna di Mosca contro i vaccini occidentali è, inoltre, presumibilmente condotta da servizi russi. E poi: dovremmo interrogarci su una possibile corsa agli armamenti: siluro nucleare Poseidon, aliante ipersonico Avangard, laser Peresvet in grado di abbagliare i satelliti, missile ipersonico Kinzhal e soprattutto il missile nucleare subsonico Bourevestnik con portata praticamente illimitata e in grado di schivare le difese antimissile; ma tenendo conto da un lato della contrazione del PIL russo del 3,1% nel 2020 e dell’interesse ampiamente dimostrativo (strumento di negoziazione) di queste armi miracolose dall’altro. Inoltre, il 29 gennaio, Putin non ha firmato l’estensione (per cinque anni) del trattato New Start russo-americano sul controllo delle armi nucleari?

Questo è probabilmente l’unico modo per evitare un grande scontro sino-americano.

IL DISPREZZO ASIATICO PER L’OCCIDENTE

In Asia i profeti della decadenza occidentale sono in voga. Molti osservatori come l’ex diplomatico e professore a Singapore, Kishore Mahbubani, o il suo collega di origine indiana, Parag Khanna, esprimono una valutazione dura. Segnati da uno squilibrio sociale tra doveri e diritti dell’individuo e dall’assenza di un “tecno-civismo”, il Nord America e in particolare l’Europa fanno fatica a misurarsi con le buone pratiche dell’Estremo Oriente; paesi come Singapore, Taiwan e Vietnam sono praticamente incontaminati da mesi; anche i paesi che hanno subito ondate di contagio – Giappone, Corea del Sud e Thailandia – sono molto lontani da ciò che si può vedere in Occidente. Gli asiatici, inoltre, seguono sempre meno inclini agli standard occidentali. L’ascesa della Cina, benchè temuta, sancirebbe la restaurazione di un ordine plurimillenario in cui l’egemonia occidentale rappresentava un’anomalia[15]. Oltretutto, gli stessi occidentali sembrano accettare un fatto simile. Non è semplicemente una questione sanitaria se il World Economic Forum si sposterà quest’anno in agosto da Davos a Singapore. Ed è all’insegna della de-occidentalizzazione, Beyond Westlessness, che si è tenuta a febbraio la conferenza speciale (virtuale) sulla sicurezza di Monaco, anch’essa rinviata a causa della pandemia. Bisogna ammettere che, a prescindere da questa valutazione di base, gli asiatici hanno buone ragioni per vederci come una specie di selvaggio west senza regole.

Da questo punto di vista, il disimpegno americano del 23 gennaio 2017 dall’accordo di partenariato trans-pacifico (TPP) firmato da 12 paesi dell’Asia-Pacifico e interpretato come un contrappeso alla crescente influenza della Cina si rivelerà certamente il principale errore del mandato di Donald Trump, poiché è equivalso a un abbandono della regione da parte degli Stati Uniti; i cinesi stanno promuovendo in direzione opposta il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) firmato il 15 novembre 2020, il più grande accordo al mondo (30% del PIL mondiale, più di 2,2 miliardi di abitanti) : dieci membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN); Cina, Giappone e Corea del Sud ma anche Australia e Nuova Zelanda[16]. Il blocco del sud-est asiatico (per non parlare dei suoi membri sino-vassalli come la Cambogia e il Laos) rifiuta tuttavia di scegliere tra Pechino e Washington e non vuole essere coinvolto in una nuova guerra fredda.

L’Occidente cerca di imporre i suoi valori morali, ma non ne dà seguito concretamente. Per esempio, per quanto riguarda la politica genocida di Pechino nello Xinjiang contro gli uiguri di lingua turca, presentata dal regime come un insieme di misure per “ridurre la povertà estrema”: campi di concentramento per un milione di persone su undici (secondo i cinesi centri di formazione), sterilizzazione e aborti forzati, deportazione interna per abbassare la densità della popolazione uigura nella sua culla storica e per annientare le strutture familiari e di villaggio del gruppo etnico, distruzione di migliaia di moschee e tombe)[17]. L’antropologo tedesco Adrian Zenz è stato dal 2016-2018 il pioniere della rivelazione di questa politica al termine di una coraggiosa indagine che gli è valsa una violenta campagna di diffamazione orchestrata dalla Repubblica Popolare. Zenz ha lavorato a partire dal “rapporto Nankai” sul distretto di Hotan, commissionato ufficialmente a ricercatori cinesi di Tianjin che pare l’abbiano pubblicato “per errore” sul sito web (e da allora cancellato) della loro prestigiosa università.

Va notato che gli autori del documento sono pienamente d’accordo con la strategia di deportare i 600.000 “lavoratori in eccesso” (quasi la metà della forza lavoro) nel distretto, e si raccomandano semplicemente di razionalizzarla – “mobilitazione” intelligente, quote per provincia, riduzione della violenza inflitta. La Cina vuole del resto applicare al Tibet un trattamento plasmato sui metodi usati nello Xinjiang e i discendenti dei conquistatori di Gengis Khan cominciano a ribellarsi contro l’imposizione del mandarino nelle scuole della Mongolia interna. Di conseguenza, 41 paesi, tra cui l’Australia per voce di Marise Payne, ministro degli esteri australiano, hanno denunciato il trattamento riservato agli uiguri; Londra ha accusato Pechino di “barbarie”; la Francia ha indurito le sue critiche. Ma secondo gli asiatici, è sicuro che le reazioni indignate dell’Occidente non si spingeranno oltre le sanzioni nei confronti di individui o, all’occorrenza, di enti[18].

Il caso olandese parla chiaro: già nel 2020, L’Aia rinuncia per paura di rappresaglie cinesi a ridurre le importazioni di abbigliamento fatto da lavoratori forzati dello Xinjiang – un quinto del cotone prodotto nel mondo (motivo per cui il governo di Donald Trump aveva vietato a dicembre tutte le importazioni di cotone dalla regione, con gli importatori che devono dimostrare l’assenza di legami con la “schiavitù”); a fine febbraio 2021 la Seconde Chambre riconosce (primo parlamento in Europa) un “genocidio” cinese, ma Stef Blok, il ministro degli Esteri del governo olandese ad interim, accusa Pechino solo di “crimini diffusi contro l’umanità” (devono decidere le Nazioni Unite). Allo stesso modo i parlamentari canadesi hanno approvato una mozione lunedì 22 febbraio a larga maggioranza che equipara le azioni di Pechino nello Xinjiang al “genocidio” e chiede che alla Repubblica popolare vengano negate le Olimpiadi invernali del 2022, ma non è vincolante.

Certamente Londra vuole garantire che le aziende britanniche non siano coinvolte in catene di approvvigionamento dallo Xinjiang e che i prodotti provenienti da abusi dei diritti umani non finiscano sugli scaffali dei supermercati del paese e il Ministro degli Esteri Dominic Raab non esclude – come tutta una serie di politici europei – l’impeachment di JO. Ma l’industria tedesca, fortemente dipendente dal più grande partner commerciale del paese, è preoccupata. Questo vale per BASF, Siemens e soprattutto Volkswagen (quasi un’auto su due venduta in Cina nei primi nove mesi del 2020); quest’ultima ha dovuto difendersi da paragoni con il lavoro forzato nelle sue fabbriche durante il Terzo Reich e ammettere che non poteva essere certa al cento per cento che l’azienda di Ürümqi (la capitale regionale, in joint venture con la cinese SAIC) non impiegasse lavoratori forzati. Più in generale l’economia dell’Europa occidentale, sostiene la Camera di Commercio Europea in Cina, è incomparabilmente più legata alla Cina – 16% del commercio estero nel 2019 – di quanto non lo fosse con l’URSS boicottata nel 1980; un boicottaggio delle Olimpiadi avrebbe conseguenze significative per queste relazioni. Il coronamento del processo : gli europei si lavano la coscienza dando per scontato l’impegno in tale situazione di “fare sforzi sostenibili e continui” per ratificare le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL). Inoltre, la Repubblica Popolare non è stata rieletta per la quinta volta (insieme a Russia e Pakistan, ma non l’Arabia Saudita respinta) al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, il che la pone a riparo, come gli altri nuovi entranti, da indagini sulla situazione dei diritti umani all’interno?  

La guerra dei vaccini

I regolamenti dell’UE non vietano a un paese membro, in circostanze eccezionali come una pandemia, acquisire vaccini in maniera autonoma[19]. Ma in generale : l’Europa – Ovest e Est insieme – non ha una strategia comune per i vaccini. D’altronde Bruxelles è irritata da ciò e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per molti versi criticata, sottolinea costantemente l’importanza di una mutualizzazione degli gli ordini. Mentre negli Stati Uniti, a un ritmo di più di due milioni di vaccinazioni al giorno, circa il 20% della popolazione ha ricevuto almeno una dose e una persona su dieci ha ricevuto due dosi di Pfizer/BioNTech o Moderna, tre quarti della popolazione americana dovrebbe essere vaccinata entro cinque mesi; ma senza che Joe Biden secondo i partner, un “nazionalista del vaccino”, mostrasse immediatamente alcuna generosità nei confronti del Canada (d’ora in avanti ideologicamente vicino e quindi tanto più deluso dal successore di Donald Trump) e del Messico con cui Washington è legata dall’accordo Canada-Stati Uniti-Messico (CUSMA, Canada-United States-Mexico, ACEUM o USMCA) ; poi, come se al momento procrastinato, la Casa Bianca consentisse a un accordo di condivisione per spedire un milione e mezzo di dosi di AstraZeneca al primo e due milioni e mezzo al secondo “appena possibile”; a proposito, anche se l’amministrazione Trump aveva decretato che tutti i vaccini prodotti nelle fabbriche statunitensi sarebbero esclusivamente per gli americani, il vaccino di AstraZeneca che non è ancora autorizzato negli Stati Uniti può essere condiviso con paesi come Canada e Messico che lo hanno approvato, ma secondo i termini dell’accordo Canada e Messico dovrà a sua volta “risarcire” gli Stati Uniti per quelle dosi quando le loro scorte di vaccino lo consentono; contemporaneamente, in modo opportuno, all’impegno messicano di limitare i viaggi dal Guatemala da dove provengono i migranti verso gli Stati Uniti.

Irritazione dei grandi Stati membri dell’UE, Francia e Germania (Berlino nientemeno accusata di trattative separate con i laboratori), dove si è scelto di privilegiare la solidarietà europea con acquisti di gruppo dei vaccini! Ora si stanno staccando il cancelliere austriaco Sebastian Kurz – l’EMA è troppo lento nel convalidare e debole nel negoziare con le aziende Big Pharma[20] – e il primo ministro danese Mette Frederiksen (esprimendo chiaramente dubbi sulla capacità dell’UE di gestire la pandemia da sola), che si sono recati in Israele all’inizio di marzo per trarre ispirazione dal “modello israeliano” e concludere un “alleanza” con Benyamin Netanyahu: fondi comuni per la produzione di vaccini, soprattutto in vista delle crisi future e dei vaccini di nuova generazione, a cui potrebbero unirsi altri attori[21]. La Danimarca, singolarmente, intende rifiutare “qualsiasi dissociazione” dall’UE, ma vuole provare altre strategie per la ricerca, lo sviluppo e persino la costruzione di fabbriche di vaccini in cooperazione; meglio ancora : Copenaghen ha parlato di “comprare il surplus di vaccini” dello stato ebraico; nel caso specifico, è stata oggetto di critiche da parte dei media e dei partiti di centro-sinistra che sostengono il governo ma condannano una presunta « apartheid vaccinale »[22].

Con la famosa rivista medica The Lancet che ha riportato il 2 febbraio che il vaccino è stato efficace al 91,6%, Vladimir Putin può vantarsi del “riconoscimento internazionale” finalmente accordato allo Sputnik V (un omaggio al primo satellite messo in orbita nel 1957 dall’URSS) dopo una “campagna di discredito”. I russi erano comprensibilmente furiosi quando la presidente del consiglio di amministrazione dell’EMA, Christa Wirthumer-Hoche, ha parlato di “roulette russa” la sera del 7 marzo.

Eppure, le autorità della Federazione Russa (dove le morti per la pandemia sarebbero da tre a sette volte superiori a quelle ufficialmente annunciate), pur affermando di aver ricevuto preordini per più di un miliardo di dosi, citano vagamente 1,5 milioni di iniezioni in tutto il mondo, anche se le dosi potrebbero non essere sufficienti a vaccinare la propria popolazione (per inciso in gran parte scettica nei confronti dei vaccini). Tuttavia, anche i paesi dell’Europa orientale stanno aumentando le loro « secessioni »[23].

Paradossalmente, lo scarso livello di ricorso ai vaccini “esogeni”, le differenze di opinione interne e persino le reazioni epidermiche alla politica epidemiologica della vicina Germania in diversi membri orientali dell’Unione Europea rendono il loro ruolo ancora più decisivo. L’Ungheria di Victor Orbán, il cui partito Fidesz ha lasciato il gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE) all’inizio di marzo, definendolo “antidemocratico, ingiusto e inaccettabile”, aveva entro il 10 marzo vaccinato in modo schiacciante un milione di abitanti su 9,8 milioni con Pfizer/BioNTech, ma, da metá febbraio oltre ai tre vaccini autorizzati dall’EMA ha utilizzato lo Sputnik V (prima 20.000 dosi, poi 280.000 dal 5 marzo) e, dal 24 febbraio, il vaccino cinese Sinopharm (il primo paese dell’UE ad averlo acquistato). Al contempo dichiarano (il che la dice lunga) che non vogliono infilarsi in una nuova guerra fredda. Allo stesso modo i 5,464 milioni di slovacchi – con il più alto tasso di mortalità da coronavirus al mondo – avrebbero dovuto ricevere due milioni di dosi del vaccino russo entro giugno (200.000 il primo marzo ancora non utilizzate per mancanza di autorizzazione dall’EMA) ordinato senza una risoluzione ufficiale del capo del governo Igor Matovič (dimissionario il 28 marzo), ma contro la volontà di almeno due partiti della coalizione di governo (crisi politica): come spiega il ministro degli Esteri Ivan Korčok, questo è uno strumento di guerra “ibrido” contro l’azione dell’UE. Nella Repubblica Ceca, dove il livello di contagi sta esplodendo e che si sentiva isolata a causa del ripristino dei controlli alle frontiere da parte della Germania, il primo ministro Andrej Babiš dichiara di non poter aspettare la convalida dell’EMA (ma rinvia all’Agenzia ceca dei medicinali) e il presidente Miloš Zeman (filorusso) rivela di aver richiesto le dosi in una lettera indirizzata a Vladimir Putin, mentre il ministro della Salute ne è ostile.

Poiché la Polonia, che teme il pericolo russo, non vuole lo Sputnik V, il suo presidente Andrzej Duda ha avuto colloqui con Xi Jinping e sta pensando di fare un ordine con Pechino. La Serbia (“Piccola Russia” nelle rappresentazioni nazionali) è anche un esempio spettacolare di geopolitica vaccinale sino-russa tra i paesi europei non UE. In questo paese di 7 milioni di abitanti, campione di vaccinazione nel continente europeo (ben prima della Germania, della Francia e di tutti gli altri stati dell’UE), il 40% degli abitanti ha dato la sua preferenza alla fine di gennaio allo Sputnik V e solo il 28% alla Pfizer. A partire da febbraio, ci si avvia verso la produzione del vaccino russo sul proprio territorio[24]. Ma è alla Cina che Belgrado deve la sua svolta, avendo Pechino inviato un milione di dosi di Sinopharm. La Serbia è un’ancora per il Regno di Mezzo in Europa centrale. È parte integrante della BRI, peraltro, con la costruzione dell’autostrada per il Montenegro e la linea ferroviaria ad alta velocità tra Atene e Budapest, con il tratto Belgrado-Budapest che ha un enorme valore strategico per l’accesso alle merci dal porto del Pireo gestito dal gigante cinese dei trasporti China Ocean Shipping Company (Cosco); è anche un partecipante alle “strade digitali della seta” (Huawei). La Serbia sarà il primo paese europeo dove Sinopharm sarà prodotto dal 15 ottobre. La componente geostrategica di questo sviluppo è chiara: la Cina può presentarsi come il grande salvatore dei piccoli paesi europei, mentre l’UE, che ha riservato le dosi per sé, si dimostra incapace di aiutare i suoi vicini balcanici occidentali in difficoltà. Di più: Belgrado ha inviato un mini-contingente di 55 dosi al nord serbo del Kosovo in dicembre, suscitando così l’ira di Prishtina (interferenza nei suoi affari interni), così come 8.000 dosi di Pfizer/BioNTech alla Macedonia del Nord e si dichiara pronto ad aiutare l’Albania (ritorno a Tito?)[25].

Non c’è da stupirsi se Londra stia esultando. Libero dai meandri della burocrazia europea, il Regno Unito della Brexit proclama il suo orgoglio nazionale. 21 milioni di britannici hanno ricevuto una prima dose all’inizio di marzo; oltre 367 milioni di dosi ordinate in totale. Un processo di approvazione rapida per i vaccini in grado di neutralizzare le mutazioni dei coronavirus. Cooperazione “globalizzata” (sempre il senso dell’Impero!): l’agenzia britannica Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (MHRA) è associata ai regolatori australiani, canadesi, singaporiani e svizzeri; prossima ricezione di 10 milioni di dosi da AstraZeneca (gruppo farmaceutico svedese-britannico, in collaborazione con l’Università di Oxford e l’Irbm di Pomezia) prodotte dal Serum Institute of India (SII)[26]. Violenta disputa, tuttavia, tra Londra e Bruxelles: Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, si è detto “scioccato” la sera del 9 marzo dalle accuse di “nazionalismo dei vaccini” rivolte all’Europa dopo l’introduzione di un meccanismo di controllo delle esportazioni dei vaccini prodotti sul suo territorio; accusa invece il Regno Unito – e gli Stati Uniti[27] – di bloccare le esportazioni di vaccini (con un appello specifico all’Italia – sostenuta dall’UE – che il 5 ha bloccato la spedizione di 250.000 dosi da AstraZeneca in Australia a causa della persistente carenza di vaccini e dei ritardi nella fornitura da parte di quell’azienda)[28]. Secondo la Banca d’Inghilterra, l’economia del paese tornerebbe al suo livello pre-pandemico entro la fine del 2021 (inizio 2022).

Il coronamento: più che esportare, la Russia vuole sviluppare partnership di produzione, ma all’inizio di febbraio solo Kazakistan, India, Corea del Sud e Brasile producevano lo Sputnik V e non tutti lo stavano ancora usando. Tuttavia, la Camera di commercio italo-russa ha annunciato martedì 9 marzo 2021, prima che l’Agenzia europea dei medicinali avesse approvato l’uso del vaccino russo, un accordo tra il Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif) e il gruppo farmaceutico italo-svizzero Adienne Pharma&Biotech: l’Italia sarebbe il primo paese Ue a produrre lo Sputnik V (dieci milioni di dosi da luglio 2021 a gennaio 2022) a Caponago vicino a Monza. Ma anche qui i tempi e i volumi sono oggetto di dibattito interno all’azienda così come variano gli operatori sanitari italiani. Tuttavia, dato che il ministro italiano per lo sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e il suo collega per gli affari esteri e la cooperazione internazionale Luigi Di Maio dichiarano di non essere stati informati in anticipo di questo accordo “privato”, si può solo immaginare che ci sia un “partito russo” tra Mosca e la penisola, guidato dalla Camera e legato al Cremlino e a Vladimir Putin. Una vittoria geopolitica per il contestato leader della Lega Matteo Salvini, mentre il presidente del consiglio Mario Draghi ha preso le distanze così come la Regione Lombardia. Ma che dire dell’unità nazionale?

La crisi (organizzata?) di affidabilità del vaccino di AstraZeneca (che ha annunciato ulteriori ritardi) da metà marzo in poi ha conseguenze europee e mondiali. Sospensione in Danimarca, Islanda e Norvegia (giovedì 11); Bulgaria (venerdì 12); Irlanda e Paesi Bassi (domenica 14); Germania, Francia, Italia, Spagna, Slovenia, Portogallo e Lettonia (lunedì 15); Svezia (!) e Cipro (martedì 16). Questo solleva tutta una serie di domande. Gli inglesi che hanno usato massicciamente questo vaccino e stanno accelerando la vaccinazione di AstraZeneca – 11 milioni hanno ricevuto due iniezioni su 24 entro il 16 marzo sono stati criminalmente imprudenti? Come ha potuto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dire il 15 marzo che i paesi dovrebbero continuare a vaccinare con AstraZeneca? L’EMA (seguita immediatamente dall’UE) non ha approvato il vaccino venerdì 29 gennaio?[29] Gli europei volevano punire AstraZeneca per le sue arguzie e i ritardi di consegna o anche (da vedere) Londra dopo la Brexit? C’è stato un nuovo allineamento dei francesi (e poi degli italiani) sulla Germania – essa stessa interessata a favorire l’americano-tedesco Pfizer/BioNTech che peraltro è molto più caro (circa 16 euro contro 2,80 la dose) e che ha finanziato la società tedesca per quasi 400 milioni di euro – il che farebbe riaccendere la “questione dell’Europa”, mentre Berlino si rallegra della conclusione di un accordo tra il gruppo americano Johnson & Johnson e il laboratorio tedesco IDT Biologika?[30]. Cosa fare con le 300.000 dosi di AstraZeneca prodotte dall’SII e spedite in Somalia attraverso l’iniziativa Covax, che mira a garantire una distribuzione equa dei vaccini in 200 paesi? Per non parlare di Thailandia, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo, che hanno ritardato il lancio delle loro campagne di vaccinazione (il Venezuela, che utilizza Sputnik V e Sinopharm, non permette ad AstraZeneca sul suo territorio). Di conseguenza, il Rdif, che sostiene di essere pronto a fornire vaccini a 50 milioni di europei a partire da giugno, ha annunciato (senza nominare i gruppi) di aver concluso accordi di produzione “con aziende in Italia, Spagna, Francia e Germania” in attesa dell’approvazione dello Sputnik V da parte dell’Unione Europea.

L’apice: una produzione di Sputnik V da parte della Germania è sempre più probabile, con un certo numero di Länder che chiedono un ordine il più presto possibile (Baviera, Sassonia, Turingia). 

Curiosità: la Repubblica di San Marino, non consegnata da parte italiana contrariamente al protocollo concluso nel gennaio 2021 per la fornitura di vaccini convalidati dall’EMA, ha fatto un accordo con il Rdif per diventare un minuscolo hub del vaccino russo in territorio italiano.

Alcuni Stati membri dell’UE e della NATO non si sono lasciati sfuggire il versante marittimo della BRI, che alla fine mira al controllo cinese di molti porti europei, cioè le “porte d’ingresso” in Europa. Circa il 10% della capacità dei terminal container europei è in mani cinesi, con la soglia di investimento che alla fine salirà al 25 o addirittura al 50%. Una presenza visibile nel Mediterraneo dal Pireo a Valencia, via Marsiglia, Malta o Salonicco, sulla costa atlantica (Bilbao, Nantes), nella Manica (Le Havre) e nel Mare del Nord (Dunkerque, Zeebrugge, Anversa, Rotterdam). Una strategia di meshing metodica che non può quindi essere ignorata. 

All’inizio di dicembre 2018 Pechino ha rafforzato una presenza già consistente in Portogallo, la posizione geografica del paese lo rende il punto più vicino per le navi dirette in Europa che utilizzano il canale di Panama, attraverso un accordo di cooperazione nel quadro della BRI. La Grecia ha aderito dall’aprile 1919 (vertice di Dubrovnik) al China-Central and Eastern Europe Business Forum che si è evoluto in un formato 17+1 con 12 stati membri dell’UE e cinque non membri; mentre i membri integrati dell’UE fanno anche parte della NATO ; anche se l’ultimo vertice del febbraio 2021 ha espresso una diminuzione  dell’influsso di Pechino (paesi baltici e in qualche misura Polonia e Romania). Nel novembre 2019, Xi Jinping è accolto a braccia aperte dal primo ministro greco conservatore Kyriákos Mitsotákis: “dalla strada all’autostrada”. Si tratta di accelerare il collegamento della Grecia con le strade della Cina verso l’Europa[31]. In questo paese con una brutale mancanza di investimenti, il presidente cinese ha poi visitato il porto del Pireo, un hub logistico, un “punto di transito tra la Grecia e l’Asia”, un “marchio UE” per i prodotti cinesi, dove il traffico di container è quintuplicato dalla fine del 2008 (concessione delle banchine 2 e 3 per un periodo rinnovabile di trentacinque anni a Cosco), dove l’autorità portuale è passata sotto bandiera cinese nel 2016 e che, nella mente dei cinesi, è destinato a diventare il primo porto europeo. I sindacati greci ricordano ironicamente l’azione della “troika” dei creditori creata nel 2010 per controllare e rifinanziare il paese attraverso prestiti condizionati all’aggiustamento strutturale e percepiti come il braccio armato di un’odiata Germania[32]. Investimento che potrebbe aver pagato direttamente quando la Grecia ha usato per la prima volta il suo veto alle Nazioni Unite nel 2017 per impedire una dichiarazione dell’UE che criticava la Cina sui diritti umani.

Ma l’evento più significativo è stato senza dubbio il “non vincolante” Memorandum d’intesa Italia-Cina di fine marzo 2019, con Roma prima capitale del G7 a integrare il faraonico progetto BRI. Firma solenne alla presenza di Xi Jinping, del presidente della Commissione nazionale cinese per lo sviluppo He Lifeng, di Giuseppe Conte allora presidente del Consiglio (Lega e Movimento Cinque Stelle) e del suo ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio. Un totale di 29 contratti da 5 a 7 o addirittura 20 miliardi di euro (Il Sole 24 Ore), due terzi istituzionali e un terzo imprenditoriali. Tra questi, i gruppi Ansaldo e Danieli, le partnership tra il gigante cinese del turismo Ctrip e Aeroporti di Roma e Trenitalia, investimenti inizialmente limitati nei porti strategici di Genova e Trieste (crescita dell’Europa centrale) dove si evidenzia un “passaggio naturale e ultra-rapido” verso l’Europa centrale dal Canale di Suez, e persino collaborazioni tra televisioni pubbliche cinesi e italiane e agenzie stampa. È comprensibile che, date le riserve sollevate a Washington e Bruxelles e anche all’interno del governo “populista” dell’epoca, una ventina di altri accordi siano stati cancellati. E che l’artefice del protocollo d’intesa, il sottosegretario italiano all’Economia, Michele Geraci (che ha insegnato per dieci anni in Cina e parla cinese), vicino alla Lega (che era divisa e frenava), e che è un fervente difensore della causa cinese a Roma, si è detto consapevole non solo dell’opportunità ma anche del rischio. Questo probabilmente spiega perché il dossier cinese è stato successivamente insabbiato[33]. Del resto, se China Merchants Group, a lungo ritenuta da molti osservatori l’interlocutore privilegiato per Piattaforma Logistica di Trieste (PLT), è stata eclissata nel settembre 2020 dalla tedesca Hamburger Hafen und Logistik AG (Hhla) con il 50,01%, i cinesi si stanno attenendo agli accordi passati e stanno mantenendo la loro pressione sui porti italiani. Le malelingue ricorderanno il “gusto dell’infedeltà” (Sergio Romano) tipico dell’Italia in materia di politica estera.  

Rileggete Carlyle, On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History (Londra, James Fraser, 1841): l’Europa e il mondo in attesa di trascendenza ? 


[1] Ciò vale anche per il Dutch Seaborne Empire(1600-1800) nella tradizione olandese.

[2] 4 milioni di subsahariani che supereranno, entro il 2030,  la minoranza “araba” finora al primo posto con 6 milioni di persone, ovvero il 70% del 13% di musulmani su 67 milioni di francesi nel 2017, PEW, Europe’s Growing Muslim Population, 29 novembre 2017, https//pewforum.org/2017/11/29/europes-growing-muslim-population/,

 cfr. l’opera fondamentale di Gunnar Heinsohn, Söhne und Weltmacht, 2 ed., Orell Füssli, 2019, p. 181. Il presidente francese ha dichiarato il 18 febbraio al Financial Times che doveva tener conto degli “oltre dieci milioni di nostri concittadini” con parenti in Africa. A meno che non ci sia un’inversione demografica organizzata, l’Africa subsahariana, nel 2060, ospiterà 2 miliardi 519 milioni di persone, a fronte dei 144 milioni della Germania e della Francia, e con dei paesi che sono ancora nella fase alta del loro Youth Bulge (esplosione della popolazione giovanile). Fin dal luglio 2017, al vertice del G20 di Amburgo, Emmanuel Macron aveva fatto una dichiarazione choc, stimando che miliardi di euro “non stabilizzerebbero nulla” in Africa “quando alcuni paesi hanno ancora oggi 7-8 figli per donna”. Non è sorprendente che l’idea di negoziare con i paesi africani una pianificazione della nascita, come quella attuata dalla Repubblica Popolare cinese dal 1979 al 2015, cominci a farsi strada nelle coscienze.

[3] Cfr. Gunnar Heinsohn, Söhne und Weltmacht, ibid, p. 16-19.

[4] Cfr. George Clemenceau, Votare con Dio? I populisti scomunicati, Mondo Nuovo 1, p. 307-316.

[5] Cfr. Adrien Jaulmes, « Taïwan cristallise les crispations entre Pékin et Washington », Le Figaro, 29 marzo 2021.

[6] Cfr. The Invention of China, Yale University Press, 2020 sulla recente costruzione del mito nazionale cinese.

[7] Sofisma ingannevole dei cinesi che stabiliscono un parallelo tra i manifestanti di Minneapolis e quelli di Hong Kong per denunciare un doppio standard dei paesi occidentali in materia di repressione.

[8] Londra, da parte sua, ha emesso nuovi visti a lungo termine in risposta alla legge sulla sicurezza e crede il tal modo  di poter attrarre fino a 322.400 persone di alto livello di Hong Kong in cinque anni. Le Barbados, un micro stato caraibico, si sta liberando, all’inverso, dalla sua sottomissione alla Corona britannica e diventerà una repubblica entro la fine di novembre 2021, mentre la Cina sta cercando attivamente di ridurre lo status storico di Londra quale partner chiave dei paesi dei Caraibi (adesione delle Barbados alla BRI nel febbraio del 2019).

[9] Alla fine di agosto 2020, il Ministero degli Affari Esteri di Taiwan apprezzava molto la decisione degli Stati Uniti di declassificare l’anno precedente due cablogrammi diplomatici del 1982 indicanti il sostegno alla Repubblica di Cina : la vendita di armi statunitensi e le « Sei assicurazioni » fornite dal presidente Ronald Reagan. Prima di cedere il passo, il Dipartimento di Stato di Mike Pompeo ha anche revocato le restrizioni un tempo imposte ai contatti tra i funzionari americani e le loro controparti  taiwanesi, misure adottate secondo l’ex segretario di stato “per soddisfare il regime comunista di Pechino” ; un’operazione ovviamente simbolica poiché era già così dalla legge del 2018, ma destinata a far arrabiare Pechino.

[10] Cfr. Adrien Jaulmes, « L’US Navy veut contrer la puissance maritime chinoise Sur le point d’être surclassée sur les mers par la marine de l’Armée populaire de libération, l’Amérique a lancé un plan de réarmement pour s’opposer à Pékin », Le Figaro, 29 marzo 2021. 

[11] Per i cicli imperiali nella storia russa, si veda la brillante genealogia di Philip Longworth, Russia’s Empires Their Rise and Fall: From Prehistory to Putin, London, John Murray, 2006 (2005). Vladimir Medinskij, ex ministro della cultura della Federazione Russa e attuale consigliere per la memoria storica di Putin, propone in Miti e contromiti L’Urss nella Seconda guerra mondiale, Roma, Sandro Teti Editore, 2020, un’affascinante decostruzione ufficiale delle rappresentazioni occidentali delle scelte sovietiche dal 1936 in poi.

[12] Vedi la dichiarazione del presidente il 17 marzo in un’intervista televisiva: il suo omologo russo era un “assassino” che avrebbe pagato “il prezzo” delle sue azioni (la nuova interferenza elettorale di Mosca nel 2020. La domanda sorge spontanea: Joe Biden ha deliberatamente pianificato di usare un linguaggio così “diretto” o è stata una vera gaffe? Si ricorda che nel febbraio 2017 Trump ha risposto alla stessa domanda (Fox News) invitando all’esame di coscienza: “Tanti assassini, tanti assassini. Pensate che il nostro paese sia così innocente? “.  Intelligenza di Vladimir Putin, che spera di far sbandare completamente il suo contraddittore: da un lato, richiama l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, ma dall’altro, propone a Joe Biden di continuare la discussione “in diretta, online come si dice” nei giorni seguenti e ritiene che “sarebbe interessante per il popolo russo e per quello americano”.

[13] Misure annunciate contro i responsabili dell’avvelenamento, arresto e condanna dell’oppositore; il personaggio che si è affermato come il principale neo-dissidente è anche caratterizzato da un passato piuttosto oscuro tra razzismo ed etno-nazionalismo, tanto che Amnesty International ha deciso di non definirlo più “prigioniero di coscienza”. Allo stesso modo, mentre l’orribile omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi fatto a pezzi dai membri di un commando (presumibilmente guidato dai servizi) dell’Arabia Saudita all’interno del consolato saudita di Istanbul ha danneggiato enormemente l’immagine del principe ereditario Mohamed bin Salmane (MBS), il personaggio non era, come la sua collaborazione con il Washington Post avrebbe fatto supporre, un democratico in rivolta contro l’autocrazia wahhabita – è stato a lungo il consigliere di Turki al-Faysal, ex capo dei servizi segreti, ex ambasciatore nel Regno Unito e negli Stati Uniti; meglio ancora, era un islamista vicino ai Fratelli Musulmani d’Egitto e di Gaza, così come a Erdoğan e al Qatar, che giudicava più capaci di realizzare il pan-islamismo di Osama Ben Laden, di cui si dichiarava peraltro amico; dall’arrivo al potere di MBS, ha castigato non l’islam politico ma il filo-occidentalismo e il dispotismo del riformatore; ricordiamo che dal punto di vista di Riyadh i Fratelli Musulmani sono un pericolo mortale per la monarchia.     

[14]Per una storia “non-teleologica” delle relazioni USA-Russia (URSS), vedi David S. Foglesong, The American Mission and the “Evil Empire”, The Crusade for a “Free Russia” since 1881, Cambridge University Press, 2007. 

[15] E questo in un momento in cui l’immagine della Cina è stata gravemente erosa a livello internazionale a causa della pandemia.

[16] Il Dialogo quadrilaterale per la sicurezza (Quadrilateral Security Dialogue, QSD, Quad), una Nato asiatica – incontri diplomatici ed esercitazioni militari – tra Stati Uniti, Giappone, Australia e India nella regione dell’Indo-Pacifico lanciata nel 2007 e di nuovo nel 2017, va nella direzione opposta presentata dalla stampa ufficiale di Pechino (Global Times) come un “raggruppamento ideologico in stile guerra fredda volto a contenere la Cina”. Il Piano Marshall per i vaccini di Joe Biden, in contrasto con la diplomazia dei vaccini di Pechino, si inserisce in questo quadro. Gli Stati Uniti stanno fornendo parte dei finanziamenti e soprattutto mettendo a disposizione i brevetti sviluppati dai loro laboratori, in particolare quelli di Johnson & Johnson i quali sono logisticamente più facili da somministrare; la formidabile industria farmaceutica indiana produrrà un ulteriore miliardo di dosi entro la fine del 2022; il Giappone aiuterà con i finanziamenti e il congelamento; l’Australia distribuirà ampiamente il vaccino tra le 19 nazioni insulari del Pacifico con le quali l’isola-continente è collegata dai trasporti e tramite i suoi militari.   

[17] Senza che la Turchia, attraverso la quale transitava un nucleo consistente di uiguri che lavorano all’interno delle strutture islamiste, sia particolarmente indignata; Erdoğan, che dal 2016 ha firmato dieci accordi bilaterali con la Cina, il suo secondo partner di esportazione delle merci turche, ne espelle ora centinaia. Il parlamento turco non ha tuttavia ancora ratificato l’accordo di estradizione firmato anni fa con la Cina (le autorità cinesi lo hanno fatto in dicembre). Il Pakistan e la Turchia, più in generale, preferiscono scagliarsi contro la Francia “islamofoba” di Emmanuel Macron.

[18] Come il pacchetto europeo di sanzioni adottato il 17 marzo che prende di mira Pechino per la prima volta dal massacro di piazza Tienanmen del 1989 per le violazioni dei diritti umani: undici individui e quattro entità di Cina, Corea del Nord, Russia, Libia, Eritrea e Sud Sudan; l’ambasciatore cinese presso l’UE, Zhang Ming, ha messo in guardia Bruxelles dal rischio di “scontro” con Pechino.

[19] Cosa che il Regno Unito ha fatto nel dicembre 2020 quando era ancora parte dell’UE, dando il via libera all’uso dei vaccini di Pfizer/BioNTech e AstraZeneca.

[20] Il 12 marzo, Kurz ha criticato la distribuzione dei vaccini nell’Unione, poiché le consegne non sono state fatte in proporzione alla popolazione; queste deviazioni potrebbero essere spiegate da accordi diretti tra alcuni gruppi farmaceutici e il gruppo direttivo istituito dall’UE per coordinare le forniture di vaccini; un “bazar” (termine usato per diversi mesi da alcuni rappresentanti dell’UE per indicare il meccanismo di distribuzione delle dosi di vaccino in eccesso tra gli Stati membri) sarebbe stato pattuito ; Malta avrebbe ricevuto il triplo del vaccino della Bulgaria entro giugno; alcuni paesi sarebbero stati in grado di vaccinare l’intera popolazione entro maggio, mentre altri sarebbero stati costretti a estendere la loro campagna di vaccinazione fino alla fine dell’estate o addirittura in autunno. 

[21] Israele ha inviato 5.000 dosi di Moderna alla Repubblica Ceca.

[22] La politica sanitaria è di competenza dell’Autorità Palestinese. Tuttavia, lo Stato ebraico ha iniziato l’8 marzo a vaccinare (Moderna) i circa 120.000 lavoratori palestinesi impiegati sul proprio territorio e negli insediamenti in Cisgiordania, già per ragioni di protezione sanitaria di tutta la popolazione. Ma Israele, la nazione epidemiologica per eccellenza, trarrebbe vantaggio dall’estendere questa protezione ai palestinesi dei Territori che la desiderano, nella misura in cui si stabilirebbe un legame politico diretto con queste popolazioni. Tanto più che l’Autorità palestinese (AP) è accusata di aver gestito lo stock di dosi assegnate ai funzionari del partito Fatah e ai loro clienti. Ecco perché Gerusalemme ha deciso di aiutare il personale medico dell’AP (e quello di diversi paesi) e di inviare una quantità limitata ai palestinesi. Che gli interessi geopolitici giochino un ruolo nella considerazione delle molte richieste di aiuto non è comunque spesso in dubbio ; l’Honduras, che ha annunciato nel 2020 l’intenzione di spostare la sua ambasciata a Gerusalemme, dovrebbe sicuramente essere tra i paesi che beneficiano di una condivisione di vaccini con Israele: 5.000 dosi.

[23] Allo stesso modo, Vienna sta considerando di produrre lo Sputnik o un vaccino cinese, se ottengono un’autorizzazione di commercializzazione nell’UE; Sebastian Kurz ne ha discusso con Vladimir Putin a febbraio.

[24] Altri paesi europei non membri UE e europei in senso geografico che hanno autorizzato il vaccino russo sono Bielorussia, Montenegro e Republika Srpska (Bosnia ed Erzegovina).

[25] La Serbia si è posta in Kosovo – il primo paese a maggioranza musulmana a riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico aprendovi direttamente un’ambasciata quando sono state stabilite le relazioni diplomatiche – in una posizione simmetrica a quella di Israele nei confronti dei palestinesi.

[26] Solo la metà era stata consegnata a metà marzo, poiché il governo indiano non aveva ancora dato il via libera alla più grande fabbrica del mondo a produrre il vaccino.

[27] Per non parlare dell’India. L’amministrazione Trump aveva ordinato 300 milioni di dosi da Astra-Zeneca a maggio; gli americani hanno prodotto 60 milioni di dosi del vaccino durante gli ultimi mesi del suo mandato, come deciso dall’ex presidente. Quest’ultimo è ora in attesa di un periodo curiosamente lungo di autorizzazione da parte del regolatore statunitense; senza dubbio Joe Biden sta temporeggiando per poter utilizzare le scorte in caso di emergenza. Tuttavia, Charles Michel ha fatto marcia indietro il giorno dopo che Boris Johnson, il capo del governo conservatore, ha negato l’idea di fronte ai deputati britannici, dicendo di essere contrario al “nazionalismo vaccinale in tutte le sue forme”.

[28] Lo stesso vale per le minacce non velate di Ursula von der Leyen il 17 marzo di usare tutti i mezzi per assicurare che l’UE ottenga ciò che le è dovuto: l’interruzione delle esportazioni di vaccini verso il Regno Unito se le dosi prodotte dagli impianti di produzione britannici non vengono consegnate all’Unione. Per Dominic Raab, l’UE si avvicinerebbe a un’autocrazia. Questo è ovviamente un problema per gli inglesi, che temono che dalla fine del mese e per circa quattro settimane ci sarà un notevole calo nella fornitura di vaccini a causa di “problemi di produzione presso diversi produttori”. 

[29] E per scagionarlo il 18 marzo dopo una sospensione incomprensibile.

[30] AstraZeneca ha comunque annunciato una partnership con IDT all’inizio di febbraio!

[31] Per l’alleanza sino-greca tra gli armatori greci (la più grande flotta mercantile del mondo) e i cantieri cinesi negli anni 2000-2010, vedi Elias Georgantas, “Hibous sur l’eau, caisses à dragon, origines et dynamiques du rapprochement sino-grec”, Outre-Terre n°31, 2012.

[32] La Grecia di Aléxis Tsípras, nella terminologia degli esperti uno dei “cavalli di Troia” di Mosca in Europa, aveva considerato nel 2015, durante un terzo picco di tensioni economiche (e politiche) con i creditori, di rivolgersi alla Russia, che da parte sua si è fermata al sostegno morale.

[33] L’Italia non ha raccolto i benefici economici attesi dall’accordo.